Questa è una lettera.

Di solito non scrivo lettere nella speranza che vengano lette, no—il loro destino mi aspetto sia l’oblio. Le fiamme; che consumino lentamente le parole impresse sulla carta e le tramuti in cenere. Non c’è fine migliore che io possa dare a queste emozioni scadenti che mi infiammano il petto. Eppure questa volta, eh, c’è forse speranza che queste mie frasi raggiungano qualcuno? Vicino o lontano, giovane o di età avanzata, che importa? Basterebbe sapere di essere stati ascoltati, una volta nella propria vita. Raggiungere il paradiso degli scrittori, dei poeti, anche se il mio lettore dovesse essere solo uno. Lo custodirei, come si custodisce un tesoro inestimabile.

Cosa potrei mai raccontare, che ti tenga qui abbastanza a lungo da trasformare la tua permanenza in un ricordo?

Passerei ore a raccontare di quel bel borgo in cui vivevo, sommerso dalla vitalità di una cittadina abituata a vivere senza fretta; passerei ore a raccontare della vita che ho lasciato, del mio più prezioso compagno, sempre accanto a me—un cagnolino sempre imbronciato di nome Wick.

Ma alla fine di tutto, cosa ti permetterebbe davvero di conoscermi? Non la mia età, il mio peso, l'affitto che pagavo: perché i numeri sono “cose che piacciono ai grandi” e l’aviatore non li ha mai compresi del tutto. E neanche io, se ci penso.

Forse la particolare sfumatura che acquisiscono i miei capelli sotto i raggi del sole? Forse il leggero cambio di tono nell’abbaiare di Wick, quando vuole farmi capire di cosa ha bisogno. O forse ancora il rigonfiamento della mia borsa piena di lettere, il passo affrettato quando sono in ritardo con la consegna della posta..

Ho perso il filo del discorso. Ce n’era uno almeno all’inizio di questa lettera? Forse queste frasi non vogliono andare a parare da nessuna parte.

—Il tuo, anche se confuso e frustrato, Victor Grantz.