Sono bravo a custodire segreti.

Ne ho uno o due che gravano sul mio petto con il peso di un macigno, che non importerebbe neanche se ora come ora li rivelassi, perché non c’è redenzione per me. Ma non li rivelerò, forse davvero perché non c’è nessuno al mondo che mi ascolterebbe. Forse perché il modo in cui macchiano il mio cuore di uno scuro catrame voglio che rimanga segreto, che sia per vergogna o per egoismo. Ho smesso di prodigarmi nel tentativo di capirmi ormai molto tempo fa: affermazione strana per una persona che passa tanto tempo sola con sé stessa, non è vero? Eppure più cerco di stabilire un dialogo con la mia anima, più quella mi ripudia. Come se fossi indegno. Non mi vuole ascoltare, dunque forse sono destinato davvero a rimanere un inetto per il resto della mia vita.

Dopo tanti anni di incertezza, sono sicuro della vita che avrei voluto vivere: una vita tranquilla, una vita totalmente normale—non desideravo essere conosciuto, ricordato, è un qualcosa in cui non ho mai sperato. Perché le persone conosciute vengono giudicate—tutti veniamo giudicati, dal momento stesso in cui qualcuno posa i propri occhi su di noi. È una caratteristica intrinseca dell’essere umano, lo sanno tutti, ma la sola idea del giudizio mi fa mancare l’aria dai polmoni, mi provoca soffocamento e un’ansia che mi strizza il cuore. È me che stai guardando? Quel sorriso, è di pietà o di scherno? Accondiscendenza, astio, amichevolezza, compassione, simpatia, davvero troppi sentimenti perché io possa sopportarli.

Per questo ho creato di me una immagine intoccabile: quella dello sconosciuto. Non aprirti, non raccontare il tuo passato, non mostrare le tue ferite, che siano ancora aperte o già cicatrizzate. Il desiderio di farsi conoscere viene meno quando la paura guida la tua vita come un sergente severissimo, che non accetta scuse! Prima o poi, forse, mi lascerà libero. Anche se ormai credo sia già troppo tardi..

—Il tuo, questa volta afflitto, Victor Grantz.